Intervista con Dan Attias a View Conference 2012

Dan Attias ha diretto episodi delle serie più fortunate degli ultimi 30 anni. Da Miami Vice a Beverly Hills 90210, da Ally McBeal ai Soprano, da Lost a House.

Si sente dire che nella produzione televisiva americana è lo showrunner ad avere il controllo della serie, a differenza del cinema dove è il regista a fare le scelte artistiche. Siccome non mi bastava, ho chiesto a Dan Attias di spiegarmi bene come un regista come lui riesce a bilanciare la sua visione personale con quella dello showrunner e come contribuisce alla realizzazione artistica di un episodio. Ed ecco che cosa mi ha detto…

Dan Attias – Per me, la cosa importante è raccontare una storia e parte del raccontare una storia bene consiste nel calarla correttamente nel mondo della serie.
Devi sapere il più possibile sulla serie, ti ci devi immergere a fondo e guardare quanti più episodi puoi. Questo per diverse ragioni.
La prima è che ogni serie ha il suo proprio mondo, il suo universo, la sua sensibilità, il suo linguaggio visivo, il suo tono.
Pensa alla differenza tra una commedia e una tragedia e alle rispettive possibili sfumature. Le sfumature in un caso sono così diverse dalle sfumature dell’altro, i ritmi dell’una sono molto diversi dai ritmi dell’altra. La commedia può avere un ritmo molto veloce mentre una tragedia può essere molto contemplativa.
Quindi, come regista che si avvicina a uno show provo a capire il mondo della serie come meglio posso, mi ci immergo e capisco il suo linguaggio visivo, perché ogni buon show tende ad avere un modo di vedere il mondo.
Mi ricordo quando NYPD Blues usci – non so quanto fosse popolare qui ma alla fine degli anni ’90 in america era estremamente popolare e usavano questa macchina da presa tremolante . Non potevi avere un primo piano normale. La macchina doveva sempre muoversi un po’. Come regista non potevi certo arrivare e dire: “Voglio un inquadratura fissa e ferma!”. Come regista sei come uno straniero che deve imparare una nuova lingua. Il trucco è imparare la lingua e poi parlarla con la tua voce. Quindi, mi immergo più che posso nella serie e poi cerco di riprodurre l suo linguaggio.
Poi, da regista, ma vale per ogni artista, hai un tuo modo di vedere il mondo che – anche se non ne sei cosciente – è unico. A un certo punto di questo processo, quindi, lascio andare tutto e vedo dove mi porta l’istinto, dove devo mettere la macchina da presa, cosa sta realmente accadendo in una determinata scena, etc… E in questo fortunatamente sono aiutato dal fatto che conosco il mondo della serie. Anche se mi lascio andare, non farò nulla di inappropriato per quel mondo ma quello che porto sullo schermo deve essere qualcosa che sento giusto dentro.

Avendo solo cinque minuti e un oceano di domande. Ho chiesto a Dan Attias se aveva voglia di raccontarmi un episodio particolare, che lo avesse toccato nel corso della sua carriera….

Dan Attias – Ci sono stati diversi momenti molto toccanti nella mia carriera, alcuni hanno a che fare con le storie che raccontavamo, altri con gli attori che recitavano in un momento particolare. Di solito la cosa che mi colpisce di più è la performance coraggiosa di un attore.
Quando, ad esempio, un attore è pronto a raggiungere luoghi di completa onestà e accettazione di circostanze immaginative particolarmente difficili. Rimango sempre mollto toccato quando vedo attori che raggiungono quei luoghi dell’anima, li vivono e vivendoli riescono ad estrarre la loro risposta unica e personale e la offrono nella loro performance. Penso che la mia sensibilità verso questo aspetto sia in parte dovuta al fatto che ho provato a fare l’attore.
Infatti, all’inizio della mia vita lavorativa non sapevo che cosa volessi fare. Avevo l’inglese come indirizzo principale, avevo iniziato giurisprudenza ma sapevo che non era la strada giusta. Così ho cominciato a recitare. Principalmente lo facevo per terapia, per lasciarmi andare un po’. E’ così che ho scoperto quanto era difficile mettersi in situazioni particolari… certo, se interpreti uno che ama se stesso e al quale accadono solo cose belle è facile ma che succede quando devi interpretare uno che ha perso un bambino o che è stato licenziato e ha 50 anni e la responsabilità della sua famiglia sulle spalle? Tutte queste cose sono molto difficili soprattutto perché non vogliamo sentirle neanche nella vita. Vogliamo NON sentire quel genere di cose. Gli attori, invece, sono desiderosi di sentirle e di sentirle veramente. Per questo ho grande rispetto e amore per gli attori che hanno voglia di andare in quei luoghi. Quindi, senza indicare nessuno in particolare – dal momento che accade piuttosto di frequente- direi che vengo toccato ogni volta che lavoro con un attore e, vedendo dove una scena deve, vuole e ha bisogno di andare, gli chiedo di raggiungere quei luoghi dell’anima, dipingo per lui la scena più chiaramente che posso, con tutte le cose che possono passare per la testa di un determinato personaggio in simili circostanze. Quando vedo l’attore prendersi tutte queste cose che ho detto, portarsele dentro spontaneamente e produrre una performance vera e toccante è la cosa migliore possibile!

Se vuoi saperne di più, torna a trovarmi!
Presto pubblicherò alcuni estratti dalla sua splendida masterclass a View Conference 2012!